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Lo bevi ovunque, lo metti in tutto: ma il matcha è davvero così speciale o è solo l’ennesima moda del momento

Il matcha conquista cucine e caffetterie di mezzo mondo, ma dietro la moda c'è una storia millenaria che pochi conoscono

Oggi il matcha lo trovi ovunque. Nei gelati, nei biscotti, nei tiramisù rivisitati, nei caffè di Londra e New York dove le file fuori dalla porta sono diventate un’immagine abituale. Come qualche anno fa era successo con il pistacchio di Bronte, il tè verde in polvere di origine giapponese ha conquistato cucine, pasticcerie e social network in tutto il mondo, diventando uno degli ingredienti più discussi del momento. Ma vale davvero la pena o è solo l’ennesima moda passeggera?

La storia del matcha come tendenza è in realtà la storia di un prodotto antico che ha trovato un pubblico nuovo. Introdotto in Giappone nel IX secolo dai monaci buddisti di ritorno dalla Cina, il matcha è sempre stato al centro di un rituale codificato e preciso: la Cha No Yu, la cerimonia del tè, una delle arti tradizionali giapponesi che prevede armonia, rispetto, purezza e tranquillità come principi fondamentali. Una cerimonia che può durare fino a quattro ore e che si svolge in piccole costruzioni di legno immerse in giardini curati.

Il matcha autentico è una polvere finissima ottenuta da foglie di tè verde coltivate all’ombra per circa un mese prima della raccolta, che avviene a mano ai primi di maggio. Più i germogli sono teneri, più il colore verde è intenso e il gusto risulta dolce e morbido. Le foglie vengono trattate con vapore per bloccare l’ossidazione, poi essiccate e macinate con macine di pietra lavorate a mano. Il risultato è una polvere che, a differenza di tutti gli altri tè, non si filtra ma si mescola direttamente con l’acqua, conservando tutte le proprietà delle foglie: vitamine, minerali, polifenoli e l’aminoacido L-theanina, che favorisce concentrazione e rilassamento senza l’effetto agitante della caffeina.

Esistono gradi diversi di qualità. Il grado Horai, considerato di altissimo livello, si distingue per il colore verde smeraldo brillante e il gusto particolarmente delicato. Il grado Izumi è invece indicato per l’uso in cucina e nella preparazione di bevande. La differenza si vede, si sente e si paga: il matcha di qualità costa significativamente di più rispetto alle versioni commerciali che hanno invaso supermercati e bar in tutto il mondo.

È proprio questa diffusione di massa a porre oggi qualche problema. La domanda globale di matcha è cresciuta così rapidamente da mettere sotto pressione la produzione tradizionale giapponese, con ricadute sulla sostenibilità e sulla qualità media del prodotto in commercio. Non tutto ciò che viene venduto come matcha rispecchia i criteri del prodotto originale.

La risposta alla domanda, quindi, è doppia. Come ingrediente, il matcha ha una storia e delle proprietà che vanno ben oltre la moda: è un prodotto reale, con caratteristiche nutrizionali documentate e una tradizione culturale profonda. Come tendenza, invece, è esattamente quello che sembra: un fenomeno amplificato dai social e dal fascino diffuso per la cultura giapponese, destinato probabilmente a ridimensionarsi, lasciando però dietro di sé un pubblico più consapevole di cosa stia effettivamente bevendo.

© Riproduzione riservata

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