PRATO – Mario Adinolfi non archivia la vicenda pratese. Dopo l’esclusione della lista del Popolo della Famiglia dalle elezioni comunali di Prato e il rigetto del ricorso da parte del Tar Toscana, il presidente nazionale del movimento conferma l’intenzione di rivolgersi al Consiglio di Stato. “La battaglia continua, non ci arrendiamo”, afferma in una conversazione con il Corriere Toscano.
La questione, sul piano tecnico, riguarda l’ammissione della lista alla competizione elettorale del 24 e 25 maggio. Secondo quanto riportato sulla base della decisione del Tar, le sottoscrizioni valide sarebbero risultate inferiori al minimo richiesto dalla legge, anche per effetto delle firme collegate a documenti d’identità scaduti. Adinolfi contesta questa impostazione e ritiene che il giudizio debba proseguire davanti al giudice amministrativo di secondo grado.
Per il leader del Popolo della Famiglia, tuttavia, la candidatura non si esaurisce nella vicenda procedurale. Adinolfi continua a presentarla come un’iniziativa politica ancora aperta nel suo significato: un “passaggio evocativo chiaro”, costruito per richiamare il mondo cattolico pratese a una presenza pubblica più visibile e organizzata.
Due gli slogan attorno ai quali legge il senso dell’operazione: Uscire dalle catacombe e Risorgi Prato. Il primo, spiega, è rivolto in particolare ai cattolici della città e alle sue articolazioni territoriali, a partire dalle parrocchie. Non solo una chiamata elettorale, dunque, ma una sollecitazione alla mobilitazione culturale e civile. Il secondo slogan, Risorgi Prato, dà invece alla candidatura una cornice più ampia: Prato come città simbolo, dopo la crisi politica e giudiziaria che ha investito la precedente amministrazione.
È su questo piano che Adinolfi innesta la propria lettura più forte. La candidatura, sostiene, nasce con una matrice cattolica esplicita e si colloca in opposizione a quello che egli definisce un sistema locale di poteri opachi, relazioni consolidate e condizionamenti esterni alla politica. Il riferimento è all’inchiesta che ha coinvolto l’ex sindaca Ilaria Bugetti e l’imprenditore Riccardo Matteini Bresci; un terreno sul quale, com’è ovvio, le responsabilità personali restano affidate all’accertamento giudiziario, mentre qui viene raccolta la lettura politica che ne offre Adinolfi.
Il registro scelto dal leader del Popolo della Famiglia è acceso, e Adinolfi non lo nasconde. Nelle sue parole si avverte una passione politica e, insieme, un fervore religioso dichiarato: due registri distinti, ma convergenti, attraverso i quali legge la vicenda pratese come una frattura non solo amministrativa, ma anche morale. In questo senso parla di un “richiamo catartico”: una formula volutamente intensa, con cui intende indicare la necessità di una reazione pubblica della città.
A suo giudizio, Prato avrebbe bisogno di “un segnale di discontinuità rispetto a un sistema di relazioni” che egli considera “chiuso e condizionato da interessi esterni alla politica”. La candidatura del Popolo della Famiglia, nella sua ricostruzione, vuole collocarsi proprio in questo spazio: non come semplice presenza elettorale, ma come proposta di rottura rispetto agli equilibri locali.
Anche le reazioni alla sua iniziativa vengono lette da Adinolfi in questa chiave. Secondo lui, l’attenzione critica concentrata sulla candidatura e poi sull’esclusione della lista rivelerebbe un “accanimento” nei suoi confronti e un “astio verso una proposta estranea al sistema cittadino”, non riconducibile agli interessi che egli ritiene abbiano condizionato Prato negli ultimi anni.
La formula che usa è netta: una proposta “contro clan e consorterie”. Adinolfi richiama anche il tema di reti riservate e condizionamenti opachi, già evocato nelle sue dichiarazioni di campagna. A suo parere, dalle carte dell’inchiesta e dalle intercettazioni emergerebbe l’esistenza di “un potere riconoscibile, capace di incidere sulla vita politica e amministrativa della città”.
A sostegno della propria lettura richiama un’espressione riportata dalle cronache sulle intercettazioni: “un attrezzo mio da una vita”, riferita da Riccardo Matteini Bresci a Ilaria Bugetti secondo gli atti d’indagine ripresi dalla stampa. Per Adinolfi quella formula rappresenta qualcosa di più di una frase aspra. “Diventa l’immagine – ha detto – di una funzione pubblica svilita: la politica non come responsabilità verso la comunità, ma come strumento nelle mani di altri interessi”.
È contro questa prospettiva che Adinolfi colloca la propria iniziativa. Il Popolo della Famiglia, sostiene, vuole proporre un’alternativa esplicita: una presenza cattolica organizzata, esterna alle relazioni di potere locali e capace di trasformare Prato in un laboratorio politico nazionale.
La battuta d’arresto davanti al Tar, che Adinolfi spera di superare con il ricorso al Consiglio di Stato, non chiude dunque, nella sua lettura, il senso dell’operazione. La partita giudiziaria prosegue; quella politica, nelle sue parole, resta legata a un messaggio più ampio: chiamare i cattolici a uscire da una posizione di marginalità e riportare nel dibattito pubblico pratese una proposta dichiaratamente alternativa agli assetti che, secondo lui, hanno condotto la città alla crisi attuale.



