“Alone together“, “Da soli insieme“: dopo il “Whatever it takes” del 2012, Mario Draghi potrebbe aver consegnato un’altra frase storica all’Europa dalla sala comunale di Aquisgrana. Non una citazione per le copertine, come i voli plastici dei portieri che esagerano su una conclusione facile da parare, ma una dichiarazione programmatica per salvare l’Unione europea nella partita più difficile della sua esistenza.
“Whatever it takes” era una promessa rivolta agli speculatori e funzionò perché i mercati ci credettero. “Alone together” è qualcosa di più complesso: è una diagnosi rivolta ai governi europei, ai parlamenti, ai cittadini. Non promette nulla, ma descrive una condizione. E proprio per questo, se l’Europa saprà raccoglierla, potrebbe diventare l’innesco di una trasformazione politica più profonda di qualsiasi intervento monetario.
“Il mondo che aiutava l’Europa non esiste più”
Ieri, giovedì 14 maggio, l’ex premier italiano ha suonato l’ennesima sveglia all’Ue in Germania, il Paese che più di tutti aveva criticato la sua politica monetaria (e in particolare l’acquisto di debito pubblico degli Stati membri da parte di Francoforte) durante la crisi del debito sovrano. I fatti hanno dato ragione a Mario Draghi, che è stato insignito del Premio Carlo Magno ad Aquisgrana per aver salvato l’Euro nonostante l’opposizione di quella che allora era la locomotiva d’Europa.
“Il mondo che un tempo aiutava l’Europa a generare prosperità non esiste più”. Quel mondo “è diventato più duro, più frammentato e più mercantilista”, ha esordito l’ex presidente della Bce durante la celebrazione.
L’uscita di scena degli Usa
Al centro di questa diagnosi c’è il cambio di passo degli Usa: “Il partner da cui dipendiamo ancora è diventato più conflittuale e imprevedibile. Dall’altra parte dell’Atlantico, non possiamo più dare per scontato che i custodi dell’ordine del dopoguerra restino impegnati a preservarlo”, ha detto Draghi evidenziando le dinamiche che hanno portato la Nato a chiedere un maggiori sforzi finanziari ai Paesi Ue.
Per la prima volta dal 1949 “esiste la possibilità che gli Stati Uniti non garantiscano più la nostra sicurezza nei termini che davamo per scontati”.
Nemici interni ed esterni
Ma le minacce sono anche dentro gli stessi confini europei: “L’Europa ha molti nemici, forse mai così tanti come oggi, sia interni sia esterni”. I primi sono quelli dei nazionalismi che erodono la solidarietà comunitaria, dei veti che paralizzano le decisioni, della tentazione di trattare l’Unione come un bancomat da cui prelevare risorse senza contribuire alla governance comune.
I secondi sono le grandi potenze perché se è vero che gli Stati Uniti non rappresentano più un alleato affidabile per Europa, tanto meno può esserlo la Cina che, oltre a non condividere i valori democratici su cui è nata l’Ue, con il suo surplus di produzione (indotto dal governo) minaccia l’economia europea.
In un mondo “dove le alleanze sono in costante evoluzione”, ha avvertito Draghi, “ogni dipendenza strategica deve essere riesaminata”. Non solo quella energetica dalla Russia, ridimensionata, seppur non ancora azzerata, dopo l’invasione dell’Ucraina. Ma anche quella dalla tecnologia americana, dalle materie prime asiatiche, dalle catene di approvvigionamento costruite su un ordine globale che non regge più. Il cambiamento di atteggiamento degli Usa “non deve essere visto solo come una minaccia. È anche una necessaria sveglia”, ha precisato Draghi rimarcando un principio già noto dei suoi discorsi.
La critica alle istituzioni europee
Fin qui la diagnosi. Poi arriva il punto più scomodo del discorso: la critica all’architettura decisionale dell’Unione europea stessa. “La nostra esperienza attuale è che l’azione a livello dei 27 spesso non riesce a rispondere a ciò che il momento richiede”, ha ammonito l’ex governatore di Bankitalia. Il meccanismo dell’unanimità, i veti incrociati, i compromessi che annacquano ogni proposta ambiziosa, generano un “un’azione così inadeguata alla scala della sfida da diventare peggio dell’inazione“.
Una sonora sberla alle istituzioni europee, che non hanno ancora recepito i precedenti moniti lanciati da Mario Draghi, nominato in incaricato speciale della commissione europea dalla presidente Ursula von der Leyen, nel 2023 quando gli affidò il compito di redigere un un rapporto sul futuro della competitività Ue.
Il federalismo pragmatico: la proposta di Mario Draghi
In questo contesto, Mario Draghi vede una sola strada per l’Ue: “Il federalismo pragmatico“. Non l’utopia degli Stati Uniti d’Europa, non una riforma dei trattati che richiederebbe anni di negoziati e l’unanimità dei 27, non un’unione di intenti su ogni singola riforma, ma qualcosa di più concreto: “I Paesi che sentono più acutamente il peso di questo momento, e che capiscono che la finestra di azione non resterà aperta indefinitivamente, devono essere liberi di andare avanti”.
È la logica dell’Europa a geometria variabile, applicata però non alla moneta unica o alla difesa comune come astrazione, ma a tre cantieri specifici che Draghi individua come prioritari: difesa, energia e infrastrutture digitali, inclusa l’intelligenza artificiale. Sono questi i tre ambiti in cui, per l’ex premier, l’Europa deve “aumentare con urgenza gli investimenti” per proteggere competitività e sicurezza.
Ancora una volta, l’ex premier ha invitato a un’azione forte: “Dobbiamo rompere questo ciclo” perché un’Unione costruita sul consenso unanime non è attrezzata per rispondere a crisi che richiedono velocità, risorse e decisioni nette.
La rappresentanza democratica
Un passaggio sorprendente del discorso per chi lo considera un finanziere, un tecnico, un burocrate (insomma: qualsiasi cosa, ma non un politico) è arrivato quando Mario Draghi ha aggiunto, implicitamente ma con chiarezza, che affidarsi ai mercati non ha funzionato.
Per l’ex presidente della Bce, l’integrazione europea non può essere solo tecnocratica: senza rappresentanza democratica, senza un mandato popolare che legittimi le scelte difficili, l’edificio oggi fragile diventerà inagibile.
Il tempo a disposizione dell’Ue
Il discorso di Aquisgrana ha una dimensione temporale precisa, e sarebbe sbagliato ignorarla. Come più volte nel recente passato, Mario Draghi ha ricordato all’Ue che la finestra per agire “non resterà aperta indefinitamente”. Chi capisce l’urgenza deve muoversi ora, anche senza aspettare chi è ancora esitante.
Ai tempi del “Whatever it takes”, da presidente della Bce aveva il potere di far seguire le parole da un’azione immediata: comprare titoli di stato. Oggi, “Alone together” non poggia su alcuna leva istituzionale diretta, perché Draghi oggi non ricopre un ruolo ufficiale nelle istituzioni europee. Se e come questa frase entrerà nella storia, non sarà per ciò che ha fatto chi l’ha pronunciata. Sarà per ciò che faranno, o non faranno, coloro che l’hanno ascoltata.
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