LIVORNO – Archiviazione inchiesta Moby Prince, familiari vittime: “Affermazioni sconcertanti”
“Ascoltando il procuratore di Livorno Maurizio Agnello alla commissione parlamentare di inchiesta sul disastro Moby Prince ci è sembrato di essere tornati indietro al 1991. Le sue affermazioni sono particolarmente sconcertanti”.
Così Luchino Chessa e Nicola Rosetti, presidenti delle due associazioni che raggruppano i familiari delle 140 vittime del Moby Prince, morti nell’incendio a bordo del traghetto nel
porto di Livorno il 10 aprile 1991 dopo l’
audizione in Commissione parlamentare d’inchiesta.
E’ la
terza commissione parlamentare d’inchiesta sul Moby Prince, presieduta da Pietro Pittalis. La seconda commissione parlamentare d’inchiesta,
presieduta dal deputato livornese Andrea Romano, vicepresidenti Pittalis e il livornese Manfredi Potenti, parlò di una terza imbarcazione per evitare la quale Moby Prince era finita in collisione con Agip Abruzzo.
Pd con deputato Emiliano Fossi e consigliere regionale Francesco Gazzetti: “Bisogna evitare, con ogni strumento, che la nebbia torni ad avvolgere la vicenda della strage del Moby Prince. Per scongiurare questo pericolo è fondamentale l’opera della magistratura, alla quale esprimiamo massima fiducia e sostegno, così come è importantissimo il lavoro della terza Commissione d’inchiesta parlamentare”.
Marco Simiani, deputato Pd: “Senza il lavoro delle Commissioni d’inchiesta sulla Moby Prince, la verità sarebbe ancora lontana. È grazie alle indagini svolte nelle ultime tre legislature che sono stati compiuti passi significativi nell’accertamento delle responsabilità e nella ricostruzione delle dinamiche dell’incidente.
I familiari delle vittime chiedono risposte su una tragedia che ha segnato per sempre le loro vite. Alla Magistratura va il nostro pieno sostegno, ma è indispensabile proseguire nella ricerca della verità per individuare le reali cause e responsabilità di uno dei più gravi disastri della storia italiana”.
Un solo superstite a bordo del Moby Prince, Alessio Bertrand. Luchino Chessa a bordo del traghetto ha perso il padre, il comandante Ugo Chessa, e la madre Maria Giulia Ghezzani
Luchino Chessa e Nicola Rosetti: “Dopo 34 anni è tornato a parlare di nebbia come possibile causa della collisione e di un traghetto troppo veloce che con una rotta lineare centra la petroliera ancorata in zona interdetta all’ancoraggio e con la prua a nord. Scenari oramai superati e che attribuiscono la responsabilità della più grave tragedia della navigazione mercantile italiana e la più grande strage sul lavoro alla condotta imprudente dell’equipaggio del Moby Prince. Il procuratore supporta le sue affermazioni in particolare sulle dichiarazioni dell’unico sopravvissuto del Moby Prince, il mozzo Alessio Bertrand, che ha modificato numerose volte le sue deposizioni; e comunque riferisce della presenza di nebbia solo successivamente il 10 aprile e non per averla vista ma perché gli è stato riferito da un altro membro dell’equipaggio subito dopo la collisione”.
Poi: “Agnello confida che tutti siano morti in poco tempo, ma le perizie della prima commissione parlamentare del Senato hanno evidenziato senza dubbio una sopravvivenza di ore per molte persone e ipotizza che se i soccorsi fossero stati adeguati non avrebbero recuperato persone vive. Ci auguriamo che la Commissione parlamentare non tenga conto delle varie suggestioni, da chiunque provengano, e degli scenari emersi da questa audizione che fa solo male alla ricerca della verità e che vada per la sua strada, anzi chiediamo come intenda procedere d’ora in poi”.
Gazzetti e Fossi: “Il fatto che siano passati 34 anni da quella terribile notte è un motivo che deve spingere tutte e tutti a moltiplicare ogni sforzo possibile. Il pensiero va alle vittime della strage ed ai loro familiari ai quali, anche in queste ore, vogliamo far arrivare la nostra vicinanza. A questo, come Partito democratico, uniamo un messaggio, ovvero che non intendiamo mollare di un centimetro nella nostra azione di stimolo e spinta, restando sempre al fianco di chi continua e chiedere verità e giustizia”.