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Nessuna discriminazione in culla: l’università di Pisa fa luce sulla sproporzione tra i sessi nel Medioevo

Uno studio pubblicato su Plos One dimostra che le bambine dell'anno Mille ricevevano latte materno più a lungo rispetto ai maschi

PISA – Per molto tempo si è ipotizzato che il netto squilibrio demografico a favore della popolazione maschile durante il Medioevo derivasse da pratiche discriminatorie o da una minore cura riservata alle neonate. Tuttavia, un nuovo lavoro scientifico durato due anni e pubblicato sulle pagine della rivista Plos One smonta questa tesi: le figlie femmine, in realtà, godevano di un periodo di nutrimento materno superiore rispetto ai coetanei maschi.

Il progetto internazionale ha visto la sinergia tra due atenei canadesi, la McMaster University e la Trent University, e l’Università di Pisa, nello specifico attraverso il Dipartimento di rcerca traslazionale e delle nuove tecnologie in medicina e chirurgia. Per svelare le abitudini di cura infantile dell’epoca, i ricercatori hanno esaminato i reperti dentari di individui vissuti tra l’XI e il XV secolo, provenienti da tre siti toscani: Montescudaio, Badia Pozzeveri e Aulla.

La chiave di volta della scoperta risiede nella dentina, un tessuto che non si modifica nel tempo e che racchiude al suo interno il segnale chimico dell’epoca in cui si forma. Attraverso l’analisi degli isotopi stabili dell’azoto e del carbonio, gli studiosi hanno tracciato le tempistiche esatte di allattamento e svezzamento. I risultati hanno evidenziato come i maschi venissero svezzati in media attorno ai 2,2 anni di età, mentre per le bambine la somministrazione del latte al seno si prolungava fino ai 2,7 o 3 anni. Oltre a ciò, la ricerca ha certificato che, una volta concluso lo svezzamento, non sussisteva alcuna disparità nella dieta tra i due sessi, i quali avevano accesso al medesimo cibo.

Sul piano sociologico, questi dati suggeriscono che i bambini venissero spinti precocemente verso l’autonomia, mentre le bambine restavano più a lungo confinate tra le mura domestiche sotto l’ala protettiva della madre, godendo maggiormente dei benefici nutrizionali del latte. Di conseguenza, l’elevata mortalità femminile che caratterizza il periodo storico non è imputabile a un deficit di cure primarie, ma va ricercata in fasi di sviluppo successive, come quella dell’adolescenza.

L’Ateneo pisano ha avuto un ruolo centrale, occupandosi del campionamento e delle analisi bioarcheologiche dei resti ossei, operando in stretta collaborazione con la Soprintendenza locale (Sabap Lu). Il team della Divisione di Paleopatologia ha visto in prima linea il professor Antonio Fornaciari e la professoressa Valentina Giuffra. A firmare lo studio come primo autore è Alessio Amaro, ricercatore formatosi a Pisa e attualmente in forza alla McMaster University, dove è stato insignito della The Saunders-Koloshuk Scholarship in Anthropology.

“Ciò che mi ha spinto a condurre questa ricerca è stata la curiosità di risolvere un vero e proprio mistero: la presenza, apparentemente innaturale, di più maschi rispetto alle femmine nel Medioevo. Nessuno aveva mai affrontato questo tema dal punto di vista dei bambini, spesso invisibili nelle fonti storiche”, ha dichiarato Amaro, il cui lavoro è stato supervisionato da Tracy Prowse, esperta di fama mondiale nell’applicazione degli isotopi all’archeologia.

Le implicazioni dello studio travalicano i confini storici, offrendo spunti di riflessione sulle dinamiche di genere attuali. Basti pensare che le sproporzioni demografiche tra i sessi rappresentano un nodo critico ancora oggi in vasti territori del globo, come l’India, la Corea del Sud e la Cina, portando con sé pesanti conseguenze a livello sociale.

© Riproduzione riservata

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