Un cronometro che si ferma a 10’22”31, un argento al collo che brilla sotto il sole di Molfetta e un nuovo record provinciale polverizzato di oltre venti secondi. I numeri dicono che Emma Gallorini, studentessa di Biotecnologie all’Università di Siena e atleta dell’UISP Siena, è la nuova vicecampionessa italiana Under 23 dei 3000 metri siepi, un risultato che le è valso persino il plauso pubblico del rettore Roberto Di Pietra.
Ma dietro la freddezza delle cifre e l’orgoglio di un intero ateneo, c’è una storia fatta di disciplina, costanza e, soprattutto, di una profonda gratitudine. Come ha raccontato la stessa Emma sui suoi canali social all’indomani del successo, “ci sono risultati che raccontano molto più di un tempo o di una medaglia”. Per lei, lo sport è una scuola di vita che insegna a guardare il mondo con occhi diversi, un viaggio in cui il traguardo più bello non è un punto di arrivo, ma la voglia costante di mettersi in gioco insieme alle persone che contano.
A pochi giorni dalla sua prossima grande sfida ai Campionati Italiani Assoluti 2026 di Firenze, abbiamo intervistato Emma per farci raccontare le emozioni di Molfetta, il segreto per conciliare studio e atletica ad alti livelli, e cosa si nasconde davvero dietro quel sorriso da medaglia d’argento.
Di seguito si riporta l’intervista esclusiva a Emma Gallorini rilasciata alla redazione del Corriere Toscano.
Nel tuo post hai scritto che questo risultato racconta molto più di un tempo o di una medaglia. Se dovessi scegliere un’immagine, un momento preciso o un sacrificio di questi mesi che questa medaglia rappresenta, quale sarebbe?
“Più che un’immagine o un sacrificio, questa medaglia rappresenta tutte le persone con cui condivido il mio percorso. Sono loro a trasmettermi serenità e forza, sia negli allenamenti sia nella vita di tutti i giorni. In particolare sono profondamente grata ai miei genitori, perché mi hanno sempre sostenuta in ogni scelta e non mi hanno mai fatto mancare il loro affetto. Sapere di poter contare su di loro è una delle mie più grandi fortune. Per questo faccio fatica a parlare di sacrificio: per me l’atletica non è una rinuncia, ma una scelta che mi rende felice. È un’opportunità per crescere come atleta e come persona, proprio come l’università. Entrambe fanno parte del mio percorso e mi stanno insegnando ad affrontare il futuro con impegno, consapevolezza e curiosità. La soddisfazione più grande è poter condividere ogni emozione con le persone a cui voglio bene”.
Hai definito lo sport come una scuola che insegna il “rispetto dei tempi e la pazienza”. Nella società di oggi, che vuole tutto e subito, quanto è difficile accettare che nell’atletica (e nella vita) i risultati abbiano bisogno di una gestazione così lunga?
“Oggi viviamo davvero in una corsa contro il tempo. Siamo sempre proiettati verso l’obiettivo successivo e spesso ci dimentichiamo di fermarci a vivere quello che stiamo facendo. La mia paura più grande è proprio quella di non riuscire a godermi l’attimo, perché è lì che spesso si nasconde il vero valore delle cose. L’atletica, come anche il percorso universitario, mi ha insegnato che i risultati hanno bisogno di tempo, pazienza e continuità. Ma soprattutto mi ha insegnato a dare valore al percorso, non solo al traguardo. Fermarsi ogni tanto, riflettere e apprezzare quello che si è costruito è ciò che ci permette davvero di crescere”.
Le siepi richiedono ritmo e la forza di superare gli ostacoli anche quando le gambe sono stanche. Ti senti una “siepista” anche nella vita di tutti i giorni? Come affronti le difficoltà fuori dalla pista?
“Sì, mi ci ritrovo molto. Sono una persona ottimista e cerco sempre di vedere il lato positivo delle situazioni. Questo non significa ignorare le difficoltà, ma provare a trasformarle in occasioni di crescita. Ogni ostacolo, dentro e fuori dalla pista, può insegnarti qualcosa e lasciarti un’esperienza utile per il futuro. Credo che affrontare le difficoltà con serenità, fiducia e la voglia di imparare sia il modo migliore per andare avanti. In fondo è quello che mi insegnano ogni giorno sia l’atletica sia l’università: continuare a crescere senza smettere di mettersi in gioco”.
Spesso si pensa che lo studio tolga energie allo sport o viceversa. Per te l’università è un “peso” in più da gestire o una valvola di sfogo che ti permette di staccare la spina dalle pressioni della pista?
“Per me l’università non è mai stata un peso. Anzi, rappresenta un equilibrio e mi permette di staccare dalla pista, trovando stimoli diversi. Conciliare sport e studio non è semplice e sarebbe sbagliato dire il contrario. Richiede organizzazione, energie fisiche e tanta lucidità mentale. Però mi considero molto fortunata a poter vivere entrambe queste esperienze.
Credo che il valore più grande del programma per studenti-atleti sia proprio questo: far capire che lo sport e lo studio non sono due mondi in contrasto, ma due strumenti di crescita che si completano a vicenda. Ho imparato a non dare nulla per scontato e a essere grata della possibilità che ho di coltivare entrambe le mie passioni”.
Hai dedicato la medaglia a chi condivide con te non solo i momenti belli, ma anche quelli più difficili. Chi è la prima persona a cui hai pensato appena tagliato il traguardo a Molfetta?
“In realtà non ho pensato a una persona in particolare. Ho pensato a tutto il percorso che mi ha portata fino a quel traguardo. È stato un risultato inaspettato e, forse proprio per questo, in quel momento ho ripercorso mentalmente tutto il cammino fatto negli anni: gli allenamenti, lo studio, le difficoltà, le soddisfazioni e tutte le persone che hanno condiviso con me questo viaggio. Mi sono resa conto che quella medaglia non rappresentava solo una gara, ma tutto quello che avevo costruito fino a quel momento”.
Il rettore Di Pietra ha espresso l’orgoglio di tutta l’Università di Siena. Sentire il supporto dell’ateneo, anche attraverso il programma per studenti-atleti, quanto influisce sulla serenità di un’atleta?
“Sapere di avere il supporto dell’Università di Siena è davvero importante. Il programma dedicato agli studenti-atleti mi permette di conciliare due percorsi molto impegnativi senza dover scegliere tra uno e l’altro. Ancora più importante, però, è il messaggio che questo programma trasmette: sport e studio non sono due mondi separati, ma due esperienze che possono convivere e arricchirsi a vicenda. Entrambi mi stanno formando e mi stanno insegnando ad affrontare il futuro con metodo, consapevolezza e senso di responsabilità.
Sentire che l’università riconosce e sostiene questo percorso mi fa sentire serena e valorizzata”.
Tra pochissimi giorni sarai a Firenze per gli Assoluti 2026. Con quale mentalità si scende in pista dopo aver tolto venti secondi al proprio limite? L’obiettivo è resettare tutto o cavalcare l’onda dell’entusiasmo?
“Sono davvero molto entusiasta e non vedo l’ora di tornare in pista. Credo che questa sia la cosa più bella che l’atletica mi abbia insegnato negli anni: vivere le gare con serenità. Prima magari c’era più ansia, più voglia di dimostrare qualcosa; oggi, invece, la sensazione più forte è la felicità di poter gareggiare. Ogni gara ha una storia diversa e so che non bisogna dare nulla per scontato. Per questo voglio affrontare gli Assoluti con entusiasmo, godendomi ogni momento e cercando semplicemente di dare il meglio di me, senza pressioni particolari”.
Molti ragazzi della tua età a volte faticano a trovare la motivazione o hanno paura di fallire. Dall’alto di questo podio, ma con i piedi ben piantati a terra, cosa diresti a uno studente o a un giovane atleta che sta affrontando un momento difficile del proprio cammino?
“Direi di non avere paura di sbagliare e di non vivere il proprio percorso come un sacrificio. Per me fare atletica e studiare è una grande fortuna. Certo, conciliare tutto non è semplice: richiede impegno, energie e lucidità mentale. Ma proprio per questo ho imparato a non dare nulla per scontato e a vivere ogni esperienza con gratitudine. Credo che questa fortuna meriti di essere vissuta fino in fondo, in tutte le sue sfumature, sia quelle positive sia quelle più difficili. Anche i momenti che sembrano negativi, se affrontati con il giusto atteggiamento, possono insegnarci qualcosa e renderci persone migliori. Alla fine i risultati, le medaglie e i tempi passano; quello che rimane davvero è il percorso, le persone che lo condividono con noi e la persona che diventiamo grazie a quel cammino”.



